Epicondilite: sintomi, cause e trattamento

L’epicondilite è una patologia del gomito, che causa un forte dolore locale, spesso cronico, unito alla difficoltà nell’esecuzione di alcuni movimenti specifici. 

Quando si parla di epicondilite si fa riferimento ad una tendinopatia inserzionale, ovvero un’infiammazione delle fibre tendinee di alcuni muscoli dell’avambraccio, che s’inseriscono sull’epicondilo, ossia una prominenza ossea situata sul versante laterale del gomito. 

Questa condizione è nota anche come gomito del tennista, in quanto il tennis è l’attività sportiva che espone a maggior tensione le strutture muscolo-scheletriche interessate dal disturbo.

L’inserzione muscolare sull’epicondilo rappresenta senza dubbio l’origine più frequente dell’epicondilite, ma origine del dolore sul versante laterale del gomito possono essere anche altre strutture anatomiche circostanti, quali il muscolo supinatore breve, il nervo interosseo posteriore, il legamento anulare e menisco omero-radiale.

Pertanto, in base alla localizzazione dei sintomi, distinguiamo:

  • epicondilite laterale, detta anche gomito del tennista, che interessa la parte esterna del gomito;
  • epicondilite mediale, conosciuta anche come gomito del golfista, che interessa la parte interna del gomito.

In base alla durata della malattia, distinguiamo:

  • epicondilite acuta, la quale colpisce in maniera improvvisa, con un dolore che compare generalmente al termine di un lavoro pesante, magari nei lavoretti fai da te, nel giardinaggio o dopo il sollevamento di un peso improvviso; il dolore è spesso non eccessivo e il soggetto tende a controllarlo con un semplice antinfiammatorio, un cerotto medicamentoso o rimedi naturali; in questo caso, i tempi di recupero variano da 5 a 10 giorni;
  • epicondilite sub-acuta, ossia l’infiammazione conseguente ad una condizione acuta e non curata in modo adeguato fin dal principio; i tempi di recupero oscillano da 10 a 20 giorni;
  • epicondilite cronica, che è lo stadio finale, con una degenerazione del tessuto inserzionale dei tendini estensori; i tempi di recupero vanno dai 20 giorni in poi.

Epicondilite cause e fattori di rischio

L’epicondilite è causata da un’infiammazione spesso determinata da un sovraccarico funzionale, che si verifica principalmente quando i muscoli e i tendini del gomito sono costretti a sforzi eccessivi, spesso nell’arto dominante, nel caso dell’epicondilite monolaterale; mentre meno frequente è la forma che interessa entrambi gli arti, nell’ipotesi di un’epicondilite bilaterale.

La fascia di età più colpita risulta essere quella tra i 30 e i 50 anni.

In genere, i soggetti colpiti presentano una storia clinica di altre patologie tendinee a carico di altri distretti, quali spalla, ginocchio, polso, mani.

Questa patologia può manifestarsi quando si compie un movimento ripetitivo e prolungato nel tempo al quale non si è abituati, ad esempio giocare a tennis o imbiancare la casa, che costringe a contrarre continuamente i muscoli dell’avambraccio.

A volte, però, può bastare anche un solo giorno di sforzo eccessivo per provocare l’infiammazione dell’epicondilo. Altre volte, può presentarsi in soggetti che svolgono attività lavorative che impongono l’uso frequente e prolungato di strumenti, come martello o cacciavite, che implicano continui movimenti del polso e del gomito. 

A scatenare la malattia può essere anche il sollevamento ripetitivo di oggetti, non necessariamente pesanti, con la superficie palmare della mano rivolta verso il basso.

Epicondilite sintomi

I sintomi principali sono:

  • dolore al gomito, nell’inserzione dei muscoli dell’avambraccio;
  • gonfiore;
  • limitazione funzionale, per cui il paziente ha difficoltà a compiere determinati movimenti.

Epicondilite diagnosi

Diagnosi clinica 

È possibile diagnosticare la patologia attraverso test specifici:

  • test di Cozen: a gomito flesso, l’estensione contro resistenza di polso e dita provoca dolore;
  • test di Maudsley: si avverte dolore all’estensione contro resistenza del dito medio;
  • manovra di Mills: si avverte dolore alla pronazione forzata con il polso flesso e il gomito esteso;
  • test di Solveborn: si avverte dolore sollevando una sedia per lo schienale avendo il gomito in estensione, l’avambraccio in pronazione e il polso in dorso-flessione.

Diagnosi strumentale 

Le indagini strumentali, tra cui radiografia, ecografia e risonanza magnetica, servono a confermare il sospetto clinico e ad escludere altre cause di dolore laterale al gomito. 

Infatti, tra queste sono da ricordare le sindromi da compressione nervosa del nervo ulnare, una patologia che può comunque associarsi a questa tendinopatia, la lesione del nervo cutaneo mediale dell’avambraccio, la compressione delle radici nervose cervicali, l’instabilità articolare, la patologia articolare degenerativa e le lesioni del lacerto fibroso, ossia un’espansione interna del tendine del muscolo bicipite brachiale.

È importante non sottovalutare questa patologia, in quanto non basta il riposo, ma occorre intervenire quanto prima con trattamenti di fisioterapia per escludere il rischio d’intervento chirurgico. 

Epicondilite trattamento fisioterapico

ll trattamento riabilitativo e la prognosi dipendono dalla fase clinica in cui ci si trova: acuta, subacuta, cronica-persistente. 

Il riposo e la sospensione dell’attività evocante il dolore sono la prima indicazione assoluta nel trattamento di questa patologia.

Fase acuta

Lo scopo è la riduzione del dolore attraverso terapie fisiche di ultima generazione, superando terapie obsolete, come TENS, magnetoterapia e ultrasuoni. 

Nello specifico, consigliamo la terapia onde d’urto contestualmente alla laserterapia YAG ad alta potenza; in alternativa, si può ricorrere alla tecarterapia o alle correnti Frems

In questa fase, si consiglia anche utilizzo di ghiaccio e riposo funzionale, anche attraverso l’uso di apposite fasce, di bracciali o di tutori per epicondilite.

Fase subacuta

Quando l’epicondilite si trovi in una fase subacuta, viene consigliato il trattamento della contrattura muscolare collegata alla tendinopatia con massoterapia decontratturante a carico dei muscoli dell’avambraccio, un massaggio trasverso profondo dei tendini dei muscoli flessori ed estensori, soprattutto nella porzione distale, vicino all’epicondilo. 

In alternativa al classico bendaggio, si utilizza più frequentemente il kinesiotaping in decompressione, per mettere in scarico le fasce muscolari coinvolte. 

È importante informare bene il paziente che il dolore, essendo di origine funzionale, non sparisce del tutto, ma permane anche durante le fasi successive della riabilitazione fino al completo riequilibrio dell’azione tendinea e muscolare.

Fase cronica

La fase successiva del protocollo riabilitativo è caratterizzata dal rinforzo dei muscoli epicondiloidei e epitrocleari, come l’estensore radiale breve del carpo, l’anconeo, l’estensore del carpo e il comune delle dita prevalentemente in forma eccentrica, sia manuale che con utilizzo di elastici e zavorre.

Molto importante in questa fase è il riequilibrio dei muscoli flesso/estensori del polso e della muscolatura della spalla, soprattutto gli extrarotatori, per permettere di stabilizzare e controllare meglio il movimento dell’avambraccio.

Alla completa remissione dei sintomi e con l’utilizzo di un tutore specifico, il programma termina con l’ultima fase dell’intervento riabilitativo, che consiste nella ripresa del gesto motorio-specifico: nel caso di uno sportivo, prevede esercizi propedeutici al lancio, presa con oggetti per il controllo neuromotorio ed esercitazioni tecniche specifiche dello sport praticato per una ripresa graduale della gestualità complessa in tutta sicurezza; nel caso di un soggetto non sportivo, si recupera l’azione più utilizzata nell’attività lavorativa e si trasmette un’educazione alle giuste abitudini da adottare per la prevenzione del re-infortunio.

Epicondilite onde d’urto

Se il protocollo terapeutico riabilitativo non dà i risultati sperati e i sintomi non regrediscono, si utilizzano le onde d’urto: una ricca letteratura scientifica incoraggia l’uso di questa terapia nelle forme resistenti alle tecniche convenzionali di fisioterapia.

Si tratta di onde acustiche ad alta energia, che cercano di ripristinare il giusto livello di ossigenazione, attraverso un meccanismo di ipervascolarizzazione dell’area sofferente. 

Gli impulsi pressori prodotti dalle onde d’urto sono capaci di indurre, a livello delle zone colpite, una riduzione dell’infiammazione dei tessuti, una neoformazione dei vasi sanguigni e una riattivazione dei processi riparativi.

Le onde d’urto rappresentano una terapia molto sicura, se applicata da professionisti del campo della riabilitazione, e alquanto efficace. 

Di norma, il ciclo riabilitativo consigliato è di cinque o sette sedute ed ha la durata di circa 15 minuti a seduta

Il trattamento prevede una o due sedute settimanali, con intervalli, di norma, dai 3 ai 5 giorni, fino ad un massimo di 10 sedute consecutive. 

Si può godere dei benefici terapeutici già dai primi trattamenti: per questo motivo e per altri già espressi, le onde d’urto rappresentano la terapia elettiva e meno impegnativa per gli utenti che si avvicinano al trattamento.

Grazie all’ottimo rapporto “numero sedute/benefici”, il dolore si allevia e viene stimolata la riparazione di ossa e tendini in tempi più veloci, con un notevole risparmio economico.

Il trattamento può essere moderatamente fastidioso, in relazione all’intensità utilizzata dal terapista, il quale sarà in grado di dosarla e modificarla su ogni singolo caso.

I nostri consigli

Oltre al riposo e al trattamento fisioterapico, ci sono altre strategie da poter utilizzare per il controllo del dolore e per ridurre le difficoltà motorie nelle attività di vita quotidiana:

  • applicare nella zona dolente del ghiaccio, per 10 minuti, come crioterapia, interponendo tra ghiaccio e cute una superfice di cotone e ripetendo questa procedura più volte al giorno, con almeno 4 ore tra un’applicazione e l’altra; ciò servirà a ridurre l’infiammazione e a lenire il dolore;
  • indossare un tutore dinamico come sostegno durante le attività che si svolgono nel corso della giornata, in modo da avere più libertà e sicurezza nei movimenti ed evitare di sovraccaricare in maniera sbagliata l’articolazione;
  • eseguire esercizi di stretching in autonomia, per mantenere una condizione di elasticità ottimale delle zone muscolo-tendinee interessate.

Oltre ai rimedi sopracitati, i pazienti affetti da epicondilite possono ricorrere all’uso di farmaci e/o cerotti antinfiammatori oppure decidere di controllare i sintomi attraverso l’omeopatia, ad esempio con pomate a base di arnica o artiglio del diavolo. 

Nei casi resistenti alla terapia farmacologica, si può ricorrere ad altre strategie terapeutiche, come l’agopuntura, o a metodiche più invasive, come l’ozonoterapia.

Qualsiasi sia la scelta terapeutica, è fondamentale affiancare un programma di riabilitazione personalizzato, che possa migliorare la condizione clinica attuale e, soprattutto, prevenire le recidive. 

Si consiglia di riprendere le attività che impegnano in maniera significativa l’articolazione del gomito, che siano attività lavorative, di vita quotidiana o sportive agonistiche, quali palestra, nuoto, tennis o altro, solo dopo la risoluzione completa della sintomatologia.

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